Benvenuti fra i Macchiaioli
Benvenuti fra i Macchiaioli


Quello dei Macchiaioli è stato il movimento artistico italiano più impegnato e costruttivo dell’Ottocento .
Cominciò a Firenze nel 1855 e reagì all’inerzia innovativa delle Accademie tenendosi in rapporto con l’entusiasmo del Risorgimento.
Gli artisti furono chiamati con disprezzo “macchiaioli” perché sostenevano che la visione delle forme è creata dalla luce come macchie di colore, distinte, accostate o sovrapposte ad altre macchie di colore. Con la loro ricerca anticiparono anche gli impressionisti francesi che ebbero poi nella grande Parigi meritatissima fama e maggiore successo.
Il loro successo fu più modesto, per il contesto periferico in cui operavano e anche perché erano coerenti con il verismo, che li portava a ritrarre l’ambiente del popolo. (Il popolo non aveva i soldi per comperare i quadri: Lo stesso stava succedendo a van Gogh che morì disperato perché non in vivendette neanche uno dei suoi capolavori).
I pittori Italiani che poi a Parigi divennero delle star come BoldiniZandomeneghi, De Nittis, Corcos, ecc. ebbero tutti un esordio macchiaiolo. 
Il nostro paese di campagna, ha volentieri dedicato loro questo angolo di paese perché nessuno come loro ha descritto i nostri antenati ricchi e poveri nella loro vita nel loro lavoro e nel loro paesaggio.
 
Iniziamo dal vicolo a fianco alla gelateria.
 
Un tempo la stradina ebbe un nome: Andrea Costa, primo deputato socialista al parlamento Italiano. Durante il Fascismo gli fu tolto il nome.
Entriamo sotto l’arco
A destra incontrate il fiorentino Telemaco Signorini che vi accoglie con un quadro che fa pensare: una fila di uomini tira una barca in un canale che non si vede, sullo sfondo delle colline livornesi. Un nullafacente con bambina e cane oziano. Anno 1864.Il quadro fu subito famoso. Nella didascalia trovate la rielaborazione dell’impressionista russo Repin.
A sinistra invece incontrate Silvestro Lega romagnolo di nascita e toscano di adozione, figlio di un nobile impoverito e di una cameriera.
Già dal primo quadro “il pergolato” potete notare la sensibilità di mettere sullo stesso piano di dignità la cameriera che serve e le signore che si godono il fresco. Questa doppia sensibilità la ritroverete in ogni suo quadro.
A destra seguono scene di mercato in una Firenze popolare che in quegli anni veniva demolita per far spazio alla capitale provvisoria del regno d’Italia.
Per ciascun quadro potete leggere le didascalie.
 
Arrivate ad una piazzetta in cui accanto a Lega e Signorini sta un famosissimo piccolo quadro del grande Giovanni Fattori.
Fattori dipinse tantissimo soldati e cavalli delle guerre del risorgimento che lo vide acceso simpatizzante.
 
 
Si respira da questi quadri un amore diffuso per i luoghi, i momenti, i gesti, i sentimenti delle persone ricche e povere e dei paesaggi di quel periodo.
La povertà è vista con occhio affettuoso ma ottimista sul futuro di progresso che stava arrivando.
A destra un grande quadro di Angiolo Tommasi “gli emiganti” che attendono la partenza al porto di Livorno. 
La scena, anzi le scene si raccontano da sé.
Sullo sfondo: il fumo nero delle navi a vapore in mezzo agli alberi delle navi ancora a vela.
A sinistra ora troverete alcuni quadri di Fattori: uomini, animali e paesaggio fanno tutt’uno in tempo di pace e di guerra. Se vi voltate indietro vedete “le acquaiole livornesi”  Anno 1865.
Un grazie ai collezionisti privati e ai musei che ci hanno concesso le riproduzioni delle loro opere.
Arrivati alla fine del vicolo girate a destra.
Fatti pochi passi e siete in un mix tra arte libera, storia di paese e pittura dell’800.
A destra torreggia una cabina dell’enel trasformata in un gigante maschio e femmina. Il disegno è di Libero Greco. Dal brutto al bello è il nostro motto! Se non possiamo eliminare gli edifici brutti almeno cerchiamo di farli diventare allegri.
Di fronte alla cabina dell’enel c’è il teatro della società di Mutuo Soccorso.
Questo teatro è un pezzo di storia, che val la pena di conoscere.
Eravamo all’inizio del ‘900: non c’era l’assistenza sanitaria di oggi.
Per i poveri c’era il medico Condotto pagato dal comune ma l’ospedale e le medicine erano a pagamento.
Il popolo allora ha costruito questo teatro. Quando dico il popolo ha costruito vuol dire:
il conte ha donato il terreno, gli uomini sono andati a scavare l’argilla, hanno impastato l’argilla, l’hanno messa in forma, l’hanno fatta essicare, poi hanno cotto i mattoni nella fornace, poi hanno fatto venire la calce dal lago Maggiore in barca giù lungo il Ticino e poi con i carretti, hanno scavato la sabbia sotto i dossi vicino al cimitero
e poi, con grande lavoro di gente volontaria hanno innalzato il “loro” teatro. I bambini si godevano lo spettacolo del cantiere.
Perché tanto sforzo nel fare un teatro se erano poveri?
Il teatro serviva per fare feste da ballo al sabato sera.
Dopotutto anche alla grande Scala di Milano in platea si ballava.
 
I balli erano a pagamento.
E, col ricavato dei balli si creava un fondo per pagare medicine e ospedale a chi ne aveva bisogno. La Società di Mutuo Soccorso era l’antenata delle mutue.
In platea i giovani ballavano; dalla galleria le mamme controllavano. Quattro stufe a legna riscaldavano la sala.
Le ragazze che avevano lavorato in fabbrica a Vigevano tutta la settimana erano tornate al sabato pomeriggio, a piedi s’intende, di passo svelto e cantando, per prepararsi al ballo.
Ma perché tornavano da Vigevano?
E qui vi devo raccontarvi un’altra storia.
 
Un kilometro a ovest di Gravellona era da poco stato scavato a picco e pala un grande canale che tuttora porta l’acqua del Po, della Dora e del Ticino ad irrigare la lomellina.
Dove c’erano dislivelli il canale aveva ed ha salti d’acqua per centrali idroelettriche.
I politici di allora non litigavano alla televisione, costruivano il futuro dell’Italia.
A Gravellona c’era un salto d’acqua e stavano costruendo una centrale elettrica.
Elettricità avrebbe significato allora: fabbrica! Con la fabbrica ci sarebbero stati salari e miglioramento economico. (La luce elettrica nelle vie e nelle case avrebbe atteso ancora due generazioni). Gli agrari di Gravellona però furono concordi nel non vendere la terra per non lasciare costruire la fabbrica. La fabbrica avrebbe finito per far aumentare i salari anche dei loro braccianti agricoli! Così la corrente elettrica fu portata a Vigevano con una lunga linea di pali.
I gravellonesi di notte segavano i pali della luce. Allora i carabinieri a cavallo pattugliavano la linea. Allora le donne andavano a distrarre i carabinieri mentre gli uomini segavano i pali. E per prudenza le donne si portavano dietro delle bambine…Sa mai!
I carabinieri se ne accorgevano e mettevano in prigione donne e bambine.
Chi vi parla ha fatto in tempo ad intervistare una vecchia, quasi centenaria, che da bambina era stata imprigionata con la mamma che distraeva i carabinieri, mentre il papà segava i pali della luce.
E la cosa andò avanti per un sacco di tempo finché…
Finché non si giunse ad un accordo.
200 posti di lavoro nella grande fabbrica tessile di Vigevano sarebbero dovuti essere riservati a donne e uomini di Gravellona.
Così fu.
Le operaie andavano a piedi a Vigevano il lunedì e tornavano il sabato.
Durante la settimana dormivano in camerata dalle suore.
Al sabato pomeriggio tornavano allegre cantando lungo la strada senza sentire la fatica. Ci sarebbe stato il veglione qui, al teatro di mutuo soccorso!
Capite ora che significato aveva per la gente questo teatro?
Se è aperto salite: è molto carino. 
Se è chiuso accontentatevi della storia e date un occhiata alle due cicogne che abbiamo messo sul tetto
Andiamo avanti. C’è un mulino su un salto di un corso d’acqua scavato nel medioevo.
La architettura del mulino è stata rimaneggiata nel dopoguerra.
A sinistra dell’acqua c’è il monumento alla zanzara, ricordo di un passato e famoso torneo internazionale di caccia alla zanzara! Se vi girate, un quadretto di Telemaco Signorini è stato ingrandito a coprire tutta una casa: Vi fa entrare nella pace di una strada di Settignano un sobborgo periferico di Firenze che ora è scomparso inghiottito dai condomini. Dall’altra parte del fosso c’è una successione di quadri macchiaioli tutti con riferimento all’acqua. L’ultimo non è di un macchiaiolo viveva sul lago Maggiore: ritrae le lavandaie.  Qui al mulino ci sono ancora le pietre dell’antico lavatoio dove le donne lavavano nel fosso che allora era di acqua limpida. Oltre la ruota del Mulino si entra nel parco dei tre laghi. Il parco dei tre laghi è la creazione principale del nostro paese. Entrate pure. L’audioguida del parco dei tre laghi però è programmata per una visita che inizia dal cancello principale del parco, trecento metri più in là, vicino alla baita. Se volete visitare il parco accompagnati dalla nostra spiegazione recatevi alla baita e cominciate dal cancello.
Gravellona Lomellina
Piazza Pietro Delucca, 45